C’era una volta…

C’era una volta un Re, verrebbe da dire, o una Regina, un Principe oppure una Principessa: proprio come iniziano quelle fiabe che risuonano di una fascinazione che ancora ci lascia stupiti, che sa richiamare l’attenzione e toccare il nostro cuore.

Davvero particolari queste storie, storie di donne e di uomini messi alla prova da un singolare destino di nobiltà e di gioia, di dedizione e d’amore, che però imperiosamente richiede la disponibilità a qualsiasi sacrificio e la ferma determinazione nel volerlo perseguire, ad integrarlo nel senso della propria esistenza.

La regalità ed il coraggio che rendono eroici i protagonisti e possibile la loro stessa salvezza, ci fa percepire la grandiosità e l’importanza del significato nascosto in quelle parole, che sanno d’antico e di presente insieme, come se l’eco del loro messaggio non fosse andato smarrito, ma rimasto invece per sempre con noi.

Non è bastato lo scorrere dei millenni ad offuscare questa luce di speranza e di conoscenza, e neppure i radicali cambiamenti della mentalità e della storia hanno minimamente inciso sulla nostra memoria più profonda: abbiamo ancora capacità, riusciamo ancora a percepire come parte fondante della natura umana la nobiltà delle sue origini e, che ci sostenga o ci opprima, l’impegno e la responsabilità che questo comporta.

Quel “c’era una volta” assume così il senso di ciò che è da tempo immemorabile, che da sempre ci accompagna, ci genera e ci nutre, ci dà vita e ci supera, per perpetuarsi memoria dell’intera umanità.

La regalità, allora, non riguarda né la prerogativa esclusiva di alcuni né la fortunosa sorte di altri ma semmai la possibile quanto necessaria dimensione di ogni uomo, potenzialmente in grado di garantire equità e giustizia al proprio reame, nella propria interiorità così come nell’ambiente di cui fa parte.

Dilatando il senso di questi insegnamenti, si comprende come ogni storia tramandata non sia tanto da intendersi come cronaca di accadimenti, trama inventata o veritiera di fatti altrui, quanto invece relativa alle fatiche interiori che ineluttabilmente contraddistinguono l’esistenza di ognuno.

Queste dinamiche, queste forme archetipali sono infatti la struttura del nostro sentire e del nostro pensare, le dimensioni che popolano la nostra anima ed in cui si articola il nostro dialogo interiore, l’aspetto essenziale della nostra particolarissima natura, proprio per questo ritenuta divina da nostri antichi antenati.

I testi sacri della nostra cultura, che superficialmente sono stati ridotti a mitologia, andrebbero quindi riletti e finalmente compresi nella loro ispirazione, nel loro voler essere consiglio e monito per ognuno, a ricordare la nobiltà del proprio sangue, a rispettare la complessa fragilità della propria esistenza, a celebrare la stessa vita nel segno della grandezza dell’uomo.

Gli dei e le loro narrazioni come metafora dei moti interiori, della fatica tutta umana di garantire loro una relazione armoniosa ed un fecondo equilibrio, così come della dannazione conseguente alla mancata comprensione di se stessi, che invece li trasforma in forze demoniache, fautrici di ogni conflittualità e fonte della più cupa disperazione.

Queste entità, queste forze immateriali che danno testimonianza di sé “così in alto come in basso”, sono infatti tutte rappresentate nel cielo interiore di ognuno di noi e, determinandone le condizioni, incidono direttamente sia sul nostro stato fisico che nelle dimensioni più sottili dell’anima e dello spirito, esprimendosi infine nella individuazione di desideri, nella determinare una volontà e nelle azioni che a questa conseguono.

In fondo di nient’altro si tratta se non di questo: dell’arte e quindi della capacità a comprendersi, per essere compresi ed infine, finalmente, comprendere.–––

Carlo Conti